
27) Leopardi. Il sogno.
Non ci sono dubbi: si tratta di un sogno e colei che amore /
Prima insegnommi  inesorabilmente morta. Questa  la certezza da
cui parte Leopardi, la certezza della realt materiale che non lo
abbandona mai. Ma subito dopo la morta comincia a vivere: gli
accarezza la testa, sospira e gli parla (versi ll-l2). In questa
dimensione di vita recuperata anche il poeta parla all'amata.
L'illusione  subito spezzata (Son morta, v. 23), ma, sentendo
la sua voce, Leopardi si rivolge a lei come se fosse viva (Taci,
taci) pur sapendo che  morta (Dunque sei morta), e al tempo
stesso non potendo credere che ella non viva pi (v. 47). I due
amanti parlano della morte e del dolore cui sono condannati gli
uomini, quindi il discorso scivola sull'amore. Se mai l'amata
avesse provato un sentimento d'amore per il poeta, questi dal
ricordo di quel sentimento potrebbe trarre la forza per vivere,
visto  che  vana la speranza nel futuro. Il gioco di Leopardi 
qui estremamente complesso: il sogno fa vivere in maniera
illusoria ci che non  pi e questa illusione (presente) pu
creare un passato da usare come ricordo contro il dolore presente.
Il risultato immediato  una presenza ancora pi viva dell'amata:
ora  possibile accarezzarla, baciarla, abbracciarla, stringerla,
sciogliere lo sguardo negli occhi di lei. La verit della morte
irrompe di nuovo (versi 9l-95) e l'unica possibilit che resta
sembra un dolore sconsolato e un grido di angoscia. Eppure, anche
alla luce del sole nascente - svanito il sogno - Ella negli occhi
/ pur mi restava [...] / vederla io mi credeva ancor.Fra le
carte napoletane di Leopardi si trova una pagina (b) datata 3
dicembre l820 e immediatamente ricollegabile al Il sogno. Di essa
ci preme sottolineare una considerazione: non sappiamo accordare
la sua morte con la sua presenza. Si tratta della contraddizione
insanabile, cui abbiamo accennato pi volte, fra realt e
illusione, ma  allo stesso tempo una contraddizione ineliminabile
dalla vita dell'uomo: solo la poesia pu momentaneamente
ricomporla fondendo nel sentimento poetico consapevole i due poli
dell'opposizione.
a) G. Leopardi, Il sogno (l82l) (vedi manuale pagina l49).
1   Era il mattino, e tra le chiuse imposte.
2   per lo balcone insinuava il sole.
3   nella mia cieca stanza il primo albore;
4   quando in sul tempo che pi leve il sonno.
5   e pi soave le pupille adombra,.
6   stettemi allato e riguardommi in viso.
7   il simulacro di colei che amore.
8   prima insegnommi, e poi lasciommi in pianto.
9   Morta non mi parea, ma trista, e quale.
10  degl'infelici  la sembianza. Al capo.
11  appressommi la destra, e sospirando,.
12  vivi, mi disse, e ricordanza alcuna.
13  serbi di noi? Donde, risposi, e come.
14  vieni, o cara belt? Quanto, deh quanto.
15  di te mi dolse e duol: n mi credea.
16  che risaper tu lo dovessi; e questo.
17  facea pi sconsolato il dolor mio.
18  Ma sei tu per lasciarmi un'altra volta?.
19  Io n'ho gran tema. Or dimmi, e che t'avvenne?.
20  Sei tu quella di prima? E che ti strugge.
21  internamente? Obblivione ingombra.
22  i tuoi pensieri, e gli avviluppa il sonno;
23  disse colei. Son morta, e mi vedesti.
24  l'ultima volta, or son pi lune. Immensa.
25  doglia m'oppresse a queste voci il petto.
26  Ella segu: nel fior degli anni estinta,.
27  quand' il viver pi dolce, e pria che il core.
28  certo si renda com' tutta indarno.
29  l'umana speme. A desiar colei.
30  che d'ogni affanno il tragge, ha poco andare.
31  l'egro mortal; ma sconsolata arriva.
32  la morte ai giovanetti, e duro  il fato.
33  di quella speme che sotterra  spenta.
34  Vano  saper quel che natura asconde.
35  agl'inesperti della vita, e molto.
36  all'immatura sapienza il cieco.
37  dolor prevale. Oh sfortunata, oh cara,.
38  taci, taci, diss'io, che tu mi schianti.
39  con questi detti il cor. Dunque sei morta,.
40  o mia diletta, ed io son vivo, ed era.
41  pur fisso in ciel che quei sudori estremi.
42  cotesta cara e tenerella salma.
43  provar dovesse, a me restasse intera.
44  questa misera spoglia? Oh quante volte.
45  in ripensar che pi non vivi, e mai.
46  non avverr ch'io ti ritrovi al mondo,.
47  creder nol posso. Ahi ahi, che cosa  questa.
48  che morte s'addimanda? Oggi per prova.
49  intenderlo potessi, e il capo inerme.
50  agli atroci del fato odii sottrarre.
51  Giovane son, ma si consuma e perde.
52  la giovanezza mia come vecchiezza;
53  la qual pavento, e pur m' lunge assai.
54  Ma poco da vecchiezza si discorda.
55  il fior dell'et mia. Nascemmo al pianto,.
56  disse, ambedue; felicit non rise.
57  al viver nostro; e dilettossi il cielo.
58  de' nostri affanni. Or se di pianto il ciglio,.
59  soggiunsi, e di pallor velato il viso.
60  per la tua dipartita, e se d'angoscia.
61  porto gravido il cor; dimmi: d'amore.
62  favilla alcuna, o di piet, giammai.
63  verso il misero amante il cor t'assalse.
64  mentre vivesti? Io disperando allora.
65  e sperando traea le notti e i giorni;
66  oggi nel vano dubitar si stanca.
67  la mente mia. Che se una volta sola.
68  dolor ti strinse di mia negra vita,.
69  non mel celar, ti prego, e mi soccorra.
70  la rimembranza or che il futuro  tolto.
71  ai nostri giorni. E quella: ti conforta,.
72  o sventurato. Io di pietade avara.
73  non ti fui mentre vissi, ed or non sono,.
74  che fui misera anch'io. Non far querela.
75  di questa infelicissima fanciulla.
76  Per le sventure nostre, e per l'amore.
77  che mi strugge, esclamai; per lo diletto.
78  nome di giovanezza e la perduta.
79  speme dei nostri d, concedi, o cara,.
80  che la tua destra io tocchi. Ed ella, in atto.
81  soave e tristo, la porgeva. Or mentre.
82  di baci la ricopro, e d'affannosa.
83  dolcezza palpitando all'anelante.
84  seno la stringo, di sudore il volto.
85  ferveva e il petto, nelle fauci stava.
86  la voce, al guardo traballava il giorno.
87  Quando colei teneramente affissi.
88  gli occhi negli occhi miei, gi scordi, o caro,.
89  disse, che di belt son fatta ignuda?.
90  E tu d'amore, o sfortunato, indarno.
91  ti scaldi e fremi. Or finalmente addio.
92  Nostre misere menti e nostre salme.
93  son disgiunte in eterno. A me non vivi.
94  e mai pi non vivrai: gi ruppe il fato.
95  la fe che mi giurasti. Allor d'angoscia.
96  gridar volendo, e spasimando, e pregne.
97  di sconsolato pianto le pupille,.
98  dal sonno mi disciolsi. Ella negli occhi.
99  pur mi restava, e nell'incerto raggio.
100 del Sol vederla io mi credeva ancora..

b) G. Leopardi, Del fingere poetando un sogno (l820) (vedi manuale
pagina l49).
Se tu devi poetando fingere un sogno, dove tu o altri veda un
defonto amato, massime poco dopo la sua morte, fa che il sognante
si sforzi di mostrargli il dolore che ha provato per la sua
disgrazia. Cos accade vegliando, che ci tormenta il desiderio di
far conoscere all'oggetto amato il nostro dolore; la disperazione
di non poterlo; e lo spasimo di non averglielo mostrato abbastanza
in vita. Cos accade sognando, che quell'oggetto ci par vivo
bens, ma come in uno stato violento; e noi lo consideriamo come
sventuratissimo, degno dell'ultima compassione, e oppresso da una
somma sventura, cio la morte; ma noi non lo comprendiamo bene
allora, perch non sappiamo accordare la sua morte con la sua
presenza. Ma gli parliamo piangendo, con dolore, e la sua vista e
il suo colloquio c'intenerisce, e impietosisce, come di persona
che soffra, e non sappiamo, se non confusamente, che cosa. (3
Dicembre l820) .
 (G. Leopardi, Canti, Newton Compton, Roma, l996, pagine 93-l03,
287).
